Linguaggio Del Corpo

September 20, 2017 | Author: fil24 | Category: Space, Languages
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Anna Guglielmi

Il linguaggio segreto del corpo

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Disegni: Andrea Posch

I Edizione Piemme Bestseller, luglio 2007 © 1999 - EDIZIONI PIEMME Spa 20145 Milano - Via Tiziano, 32 [email protected] - www.edizpiemme.it Anno 2009-2010-2011

- Edizione 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16

Stampa: Mondadori Printing S.p.A. - Stabilimento NSM - Cles (Trento)

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1 IL CORPO E LO SPAZIO

IL SENSO DEL TERRITORIO Gli animali si ritraggono d’istinto quando cerchiamo di avvicinarci troppo, quando cioè tentiamo inconsapevolmente di varcare il loro territorio personale. Si spostano un po’ più in là, per poi fermarsi nuovamente, non appena la distanza tra noi e loro si è ristabilita. Anche noi abbiamo bisogno di uno spazio personale, di un nostro territorio, nel quale ci sentiamo protetti e che difendiamo dall’intrusione degli altri. Si tratta di uno spazio ideale, ben definito, che include un’area più o meno vasta attorno al nostro corpo. Anche la dimensione “tempo” fa parte del nostro territorio personale: se qualcuno ci fa perdere tempo inutilmente ci sentiamo invasi, perché sentiamo che quella persona sta occupando uno spazio/tempo che non le appartiene. L’ampiezza del nostro spazio personale L’ampiezza dello spazio personale di cui abbiamo bisogno può variare molto, perché dipende: – dalla razza cui apparteniamo; – dall’ambiente in cui siamo vissuti; – dalla classe sociale di appartenenza. CAP. 1 - IL CORPO E LO SPAZIO

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Fattori razziali I giapponesi, ad esempio, hanno imparato a vivere, da diverse generazioni, in uno spazio personale molto ristretto, a causa della sovrappopolazione delle loro città. Mentre noi occidentali riteniamo che lo spazio sia solo un vuoto che ci divide dagli altri, per loro esiste una realtà quasi palpabile in questo spazio. E così, anche se normalmente stanno molto vicini gli uni agli altri, riescono a mantenere nei contatti ravvicinati dei precisi confini. Anche gli arabi si mantengono in pubblico a una distanza molto esigua e nei luoghi affollati non hanno problemi se i loro corpi si sfiorano, si toccano, si urtano; invece le loro case sono spesso molto ampie e con grandi spazi vuoti. Per l’arabo non esistono confini fisici: il confine è interno; se vuole chiudersi in se stesso lo fa semplicemente abbassando gli occhi e non guardando più gli altri. Questo è il modo di esprimere il bisogno di privacy e nessuno andrà a disturbarlo, anche se lo toccherà fisicamente. Da un po’ di anni nel nostro paese siamo venuti sempre più in contatto con popolazioni di diverse etnie. Uno degli approcci più frequenti che possiamo avere con una persona di razza araba è al semaforo, quando ci chiede di lavarci il parabrezza della nostra auto. Conoscendo quanto appena detto, se desideriamo instaurare un dialogo o solo accettare l’offerta, sarà sufficiente alzare gli occhi verso l’uomo in piedi accanto al nostro finestrino e questi incomincerà a lavarci il vetro. Gesti di diniego eseguiti con la mano o parole del tipo “no, grazie” non saranno presi in considerazione. Per non essere disturbati basterà non alzare gli occhi e restare assorti: la nostra privacy sarà rispettata e il nostro vetro resterà sporco. Noi europei abbiamo un senso dello spazio vitale più ampio rispetto ad altre popolazioni. Per noi è sgradevole essere toccati quando si è in mezzo alla gente e nelle conversazioni manteniamo sempre una determinata distanza. Se poi abbia12

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mo bisogno di privacy, ci rintaniamo in una stanza e chiudiamo la porta alle nostre spalle. Quando due persone di nazioni diverse s’incontrano, possono quindi nascere dei malintesi sgradevoli per entrambe. Proviamo a immaginare il balletto che verrebbe a crearsi, ad esempio, tra un europeo e un giapponese che stessero parlando. L’europeo mantiene una certa distanza, ma il giapponese, ritenendosi troppo lontano, si avvicina ai limiti del proprio spazio vitale; allora il primo, sentendo invasa la sua zona personale, fa un piccolo passo indietro; l’altro allora avanza per recuperare la posizione. Entrambi sono a disagio: il primo pensa che l’altro è troppo invadente; il secondo che l’europeo è troppo freddo e vuole mantenere le distanze. Lo stesso balletto si può comunque verificare anche tra due persone, non solo della stessa razza, ma anche di ambiente e classe sociale simile, giacché il nostro spazio vitale è soggettivo e dipende da molti fattori. Fattori ambientali Anche l’ambiente in cui si è cresciuti può influenzare il nostro comportamento in termini di bisogno di spazio. Le persone cresciute in città in piccoli appartamenti, abituate a recarsi al lavoro stipate nei mezzi pubblici, hanno man mano ridotto il loro spazio personale e quindi si sentono a loro agio anche relativamente vicini alle altre persone. Tendono, invece, a mantenere una distanza maggiore le une dalle altre le persone cresciute in campagna o in montagna, dove gli spazi sono ampi e dove spesso tra una casa e l’altra ci sono parecchi chilometri. Fattori sociali Anche la diversa classe sociale può generare distinzioni. “Spazio significa potere”; quindi, di più spazio dispongo intorno a me, e più sono potente. CAP. 1 - IL CORPO E LO SPAZIO

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Le case dei ricchi sono grandi, hanno un gran terreno attorno e una recinzione che tiene lontani gli estranei. La reggia ne è l’esempio più alto: di fronte al re ci si tiene a una debita distanza e le uniche persone che possono avvicinarsi a lui sono quelle che egli considera non-persone, i domestici, ad esempio. Una persona potente si sposta anche in un’automobile molto grande e tutta per sé; una famiglia di città in un’utilitaria trasporta, oltre ai figli, la zia e il canarino.

C’È UNO SPAZIO PER OGNI PERSONA Negli anni Sessanta, l’antropologo americano Edward Hall, dopo aver a lungo studiato il comportamento territoriale degli animali e aver rapportato questo alle modalità di interazione degli esseri umani, ha elaborato una nuova disciplina, alla quale ha dato il nome di “prossemica”. Come dice la parola stessa (dal latino proximus = “vicinissimo”, “prossimo”), la prossemica si occupa del modo in cui l’uomo usa lo spazio attorno a sé, di come reagisce ad esso, e di come, usandolo, può comunicare certi messaggi in linguaggio non verbale. Hall può essere considerato uno dei primi studiosi ad aver scoperto che lo spazio attorno all’uomo non è vuoto, ma diviso in precise zone, o bolle, invisibili e concentriche, entro le quali l’uomo si muove e nelle quali fa penetrare gli altri, con un preciso rapporto: più aumenta l’intimità, più diminuisce la superficie della zona occupata. – – – –

Quattro sono le aree in cui, normalmente, possiamo agire: una zona intima; una personale; una sociale; una pubblica.

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Zona intima La zona intima si estende all’incirca da 20 a 50 cm, distanza fino alla quale possiamo arrivare con le mani, se si tengono i gomiti vicino al corpo. È la distanza che si mantiene con le persone con le quali si è in confidenza, gli amici più cari, i nostri familiari. Siamo così vicini che è possibile il contatto fisico e l’abbraccio; dell’altra persona non solo si sentono le parole, che saranno pronunciate a un tono di voce più basso, ma è possibile avvertirne l’odore e osservare le variazioni del respiro o del colore della pelle, ad esempio l’impallidire o l’arrossire. I volti sono così vicini che si può cogliere ogni minima espressione ed emozione (fig. 1 a pagina seguente). Per eccesso di cordialità sarebbe meglio evitare di avvicinarci troppo a una persona che non è ancora diventata intima, magari prendendola sottobraccio. La sua reazione di irrigidimento può farci capire immediatamente che abbiamo voluto spostare il rapporto a un livello più personale e abbiamo invaso, senza chiedere il permesso o esservi stati invitati, lo spazio altrui. Se vogliamo che la gente sia a proprio agio in nostra compagnia, cerchiamo di mantenere le giuste distanze. Più lasciamo avvicinare una persona, più il nostro rapporto diventa intimo. L’entrare di una donna nella zona ravvicinata di un uomo viene sentito invece come tentativo di seduzione. Ci sono persone che per loro natura, avendo di base grande insicurezza e bisogno di affetto, cercano sempre e con chiunque di spostare il rapporto in questo spazio intimo; costoro non si possono lamentare poi se vengono costantemente fraintese. Qual è il rapporto tra due persone che si avvicinano per scambiarsi un bacio? Se i loro corpi restano relativamente lontani e solo le guance si avvicinano, il bacio è formale, niente di più di un saluto o di un augurio; quanto più i loro fianchi si avvicinano, tanto più stretto è invece il loro legame affettivo. CAP. 1 - IL CORPO E LO SPAZIO

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Vedremo in seguito come si reagisce al disagio per l’invasione collettiva della zona intima, per esempio quando ci si trova in luoghi affollati o sui mezzi pubblici. Zona personale La zona personale si estende da 50 fino a poco più di 120 cm, cioè lo spazio corrispondente al nostro braccio disteso, fino al limite di ciò che possiamo toccare e afferrare. Quando due conoscenti si incontrano per strada e si fermano a parlare, di solito si tengono a questa distanza (fig. 2 a pagina seguente). Si fanno entrare in questa zona, infatti, le persone con le quali abbiamo rapporti di conoscenza, con le quali ci stringiamo la mano e avviamo conversazioni di cortesia, a una festa o a una riunione. A questa distanza il tono della voce è sempre moderato, si colgono ancora le variazioni del respiro e i cambiamenti del colorito della pelle, mentre le espressioni del viso assumono molta importanza. Questa è la zona nella quale non si avvertono più gli odori personali o il profumo, a meno che quest’ultimo non sia molto intenso. Anche il profumo, infatti, può essere usato come mezzo per invadere la zona altrui anche se, formalmente, ci si mantiene a una distanza corretta. Zona sociale La zona sociale arriva fino a 240 cm. È la distanza doppia della precedente, quella cioè di due persone con il braccio teso (fig. 3 a pagina 19). Stiamo a questa distanza dagli estranei e dalle persone che non conosciamo bene; dal negoziante che ci vende qualcosa, dal tecnico che ci sta riparando un elettrodomestico in casa, dall’impiegato di un ufficio pubblico al quale ci rivolgiamo. Questa è la zona della neutralità affettiva ed emozionale e genericamente dei rapporti di lavoro. CAP. 1 - IL CORPO E LO SPAZIO

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A questa distanza non è più possibile toccarsi, cogliere il respiro o il profumo dell’altra persona; per farsi sentire la voce ha un tono più elevato e i gesti e le espressioni sono più evidenti e costituiscono la modalità di comunicazione privilegiata. Lo sguardo ha molta importanza, perché il contatto è solo di natura visiva; quindi è meglio non distogliere gli occhi dalla persona con la quale si sta parlando, perché farlo da questa distanza equivale a escluderla dalla conversazione. Zona pubblica Per zona pubblica si intende lo spazio che va da 240 cm fino a circa 8 metri; generalmente oltre questa distanza non esiste più alcun rapporto diretto tra le persone. Nella zona pubblica si colloca chi decide di parlare a un gruppo: il professore che parla agli studenti, l’attore rivolto al pubblico o il politico che tiene un discorso (fig. 4). In questa zona la comunicazione verbale, essendo grande la distanza tra chi parla e chi ascolta, assume un’importanza capitale e il tono di voce deve essere sensibilmente aumentato. Anche i gesti devono farsi più ampi e le espressioni più marcate e riconoscibili per poter essere visti e rinforzare, così, il contenuto verbale. Questa è infatti anche la distanza alla quale ci teniamo dalle persone di riguardo. Un esercizio Nei miei corsi, quando viene affrontato il tema dello spazio individuale, invito le persone presenti ad avvicinarsi a due a due, come per iniziare una conversazione; poi viene misurata a terra la distanza tra i loro piedi. Questo per individuare la zona nella quale ogni persona si è istintivamente collocata per rapportarsi con l’altra. Questo esercizio rivela la modalità di relazione che si usa di preferenza: cioè, se si tende a instaurare preferibilmente un 20

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rapporto amichevole, sentendosi più a proprio agio nel relazionarsi all’interno della zona intima, degli affetti e delle emozioni o se si tende invece a tenersi a una certa distanza dall’altro, magari più della norma. Nel qual Fig. 5 caso è chiaro che si preferisce portare il rapporto, e quindi il discorso, a un livello più mentale e formale, escludendo il più coinvolgente piano emotivo (fig. 5). E l’aura che cosa c’entra? Mi sembra interessante osservare come la scoperta delle zone individuali non faccia in pratica che codificare e misurare quanto da sempre le antiche scienze esoteriche e i sensitivi conoscono dell’aura dell’uomo, dei corpi sottili che lo avvolgono. «L’aura è una specie di nuvola energetica, un ampio uovo che interpenetra e circonda il nostro corpo fisico. Essa ci accompagna sempre, noi camminiamo con essa, dormiamo con essa, e da essa veniamo sostenuti» (Douglas Baker). L’uomo è avvolto da un primo strato sottile di materia invisibile, il corpo eterico. Attorno a questo c’è una bolla più estesa: è quella del corpo astrale, quella cioè delle emozioni, dei sentimenti e dell’affettività. Far entrare una persona nella propria zona intima può forse voler dire permetterle di compenetrare il nostro corpo astrale? Più esterna al corpo astrale c’è una bolla di energia più rarefatta: quella del corpo mentale, nel quale si sviluppano i pensieri, le idee, le attività della mente. Essa potrebbe corrispondere alle zone nelle quali si fanno avvicinare le persone 22

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con le quali abbiamo un rapporto di stima, di amicizia o di ammirazione, ma nessun rapporto affettivo. Nella zona pubblica le aure delle persone, visualizzate dai sensitivi come tante bolle, o uova di energia, non si toccano e quindi non si influenzano più. Ma allora, quando noi diciamo che una persona ha un grande carisma e riesce a soggiogare il pubblico intendiamo forse dire che la sua carica energetica, la dimensione della sua aura, è così estesa da arrivare fino a compenetrare e influenzare quella del pubblico?

COME REAGIAMO ALL’INVASIONE DEL NOSTRO TERRITORIO Alcuni decenni fa Julius Fast raccontava in maniera divertente in che modo un suo amico psichiatra avesse deliberatamente invaso il suo spazio personale, mentre si trovavano seduti a un piccolo tavolo di ristorante. «Si mangiava, lui continuava a parlare, io lo ascoltavo, ma c’era qualcosa che non mi andava e che non sapevo definire, e questo malessere aumentò quando lui prese le posate e le allineò accanto al pacchetto delle sigarette, spingendo il tutto sempre più dalla mia parte. Come se questo non bastasse, per cercare di spiegarmi meglio il suo punto di vista si sporse in avanti con tutto il corpo invadendo quasi tutto il tavolo. Io mi sentivo così a disagio che non stavo nemmeno a sentire quello che diceva. Alla fine, ebbe pietà di me e mi disse: “Ti ho voluto offrire una dimostrazione di uno dei punti fondamentali del linguaggio del corpo, la comunicazione non verbale”. Io fui incuriosito e gli chiesi di spiegarsi meglio “Io ti ho minacciato in modo aggressivo, io ti ho sfidato. Ti ho messo nella posizione di doverti difendere, e questo ti ha dato fastidio”. Non avendo ancora ben capito, gli chiesi che cosa avesse fatto di preciso. CAP. 1 - IL CORPO E LO SPAZIO

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“Tanto per cominciare, ho spinto avanti le mie sigarette. Ora, in base a una regola che non abbiamo avuto bisogno di enunciare, noi abbiamo diviso la tavola in due parti, metà a te e metà a me”. “Ma io non ho mai pensato a una divisione del genere”. “È naturale che tu non ci abbia pensato. Però la regola rimane. In base a tale regola abbiamo delimitato il nostro territorio, una delimitazione che di solito si mantiene in base a un principio non detto e a una norma di educazione. Però io ho voluto deliberatamente mettere le mie sigarette nella tua area in violazione di ogni buona maniera. Non essendoti reso conto di quello che avevo fatto, tu hai incominciato a sentirti a disagio, minacciato, e quando io alla prima violazione del tuo territorio ho fatto seguire la seconda, spostando in avanti il mio piatto e le mie posate fino ad arrivare ad allungarmi io stesso verso di te, il tuo disagio è aumentato ancor di più e tuttavia non ti rendevi conto del perché”». Proviamo a ricordare le volte in cui qualcuno si è allargato oltre il dovuto invadendo il nostro spazio. Forse anche a noi è successo, senza capire quanto stesse accadendo, di esserci sentiti a disagio, senza riuscire a trovare una spiegazione apparente. Perché è il corpo che avverte l’invasione, mentre noi spesso non ci accorgiamo del messaggio che esso ci lancia. Quando ci si sente invasi, si hanno fisicamente alcune reazioni abbastanza tipiche e che si susseguono con un determinato ordine: – a livello fisiologico il nostro corpo aumenta i battiti del cuore, nel sangue viene immessa adrenalina, i muscoli si contraggono e si preparano a un possibile attacco; – a questo punto iniziamo a trasmettere una serie di segnali preliminari per indicare il nostro disagio, quali dondolare una gamba, o muoverci sulla sedia, come se questa fosse improvvisamente divenuta scomoda; – subito dopo il nostro corpo assume una posizione di chiusura nei confronti dell’intruso e allora abbassiamo il mento, 24

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piegando in avanti le spalle o addirittura chiudiamo gli occhi, per cercare di non vedere quanto sta accadendo; – se tutti questi segnali del corpo non vengono riconosciuti e l’invasione altrui, con il conseguente nostro fastidio, continua, allora ci allontaniamo dal luogo in cui ci troviamo e cambiamo di posto. La reazione di fronte all’invasione del territorio personale può addirittura provocare scoppi di violenza incontrollata in persone particolarmente reattive. In automobile Alla guida di un’automobile spesso reagiamo in modo diverso dal solito quando sentiamo che il nostro territorio è stato invaso, perché viene stabilito un rapporto di distanza molto particolare. È come se, restando seduti in un veicolo, il nostro spazio personale si espandesse e si ingrandisse notevolmente. Così, se siamo alla guida, rivendichiamo per noi una zona che arriva anche a una decina di metri davanti e dietro di noi. Se un’altra auto si inserisce in questo “nostro” spazio, reagiamo con irritazione, cosa che non ci succederebbe se una persona ci tagliasse la strada mentre stiamo camminando per strada (fig. 6). Questo avviene, forse, perché nel contatto interpersonale il nostro corpo compie una determinata serie di gesti, spesso in maniera inconscia, per chiedere il permesso di avvicinarci e per scusarci dell’intrusione. Il corpo metallico della nostra auto non ha invece la capacità di fare dei cenni per dichiarare le sue intenzioni pacifiche e non aggressive. Fig. 6 CAP. 1 - IL CORPO E LO SPAZIO

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COME DIFENDIAMO IL NOSTRO SPAZIO In autobus Nella vita quotidiana esistono molte situazioni in cui il nostro spazio personale viene invaso. Ad esempio, l’essere stipati in autobus o in una metropolitana implica un’inevitabile intrusione reciproca. E allora in un mezzo pubblico non si dovrebbe mai parlare con nessuno, né guardare le altre persone, ma mantenere uno sguardo assente o inespressivo, senza manifestare le proprie emozioni, anche lievi, quali disappunto o buonumore. In ascensore Le persone in ascensore si comportano come se gli altri non esistessero o non fossero persone. Entrando, per prima cosa si fanno dei cenni leggeri col capo per chiedere scusa ai presenti e poi ognuno si chiude in sé. Durante il tragitto si fissa la luce sul soffitto e si legge con molta attenzione la targhetta indicante la portata massima delle persone. Poi si può controllare ripetutamente se le nostre chiavi sono ancora al loro posto in tasca; infine, lo sguardo resta come ipnotizzato dall’accendersi e spegnersi della luce dei pulsanti dei piani. Uno di fianco all’altro diventiamo rigidi e praticamente immobili e, se per caso sfioriamo involontariamente il nostro vicino, emettiamo alcuni segnali muti per chiedere scusa. Contemporaneamente i muscoli della parte del nostro corpo che è venuta in contatto con l’altro si contraggono, come per una reazione di difesa. Se avessimo il coraggio di alzare gli occhi e osservare le espressioni dei presenti, vedremmo tante persone che sembrano trattenere il fiato, per ricominciare a respirare solo nel momento in cui le porte finalmente si aprono ed è possibile scendere. 26

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La folla La resistenza che opponiamo alla violazione dello spazio individuale è così forte che, anche in mezzo a una folla, ricerchiamo un minimo di territorio personale. Durante una manifestazione pubblica ci sentiamo tutti molto invasi ma, se siamo riusciti a guadagnare intorno a noi uno spazio anche minimo, allora possiamo essere più rilassati. Se la folla ingrossa e diminuisce la distanza tra le persone, allora possono sorgere disordini, causati proprio dall’eccessiva irritabilità dei singoli individui, sottoposti loro malgrado a uno stress da deprivazione dello spazio vitale. Le forze dell’ordine conoscono bene questo meccanismo ed è per questo che cercano di diradare la folla quando si fa troppo numerosa, in modo che la gente, non più così oppressa, possa ritornare a uno stato d’animo di maggior calma. Le non-persone La capacità di riconoscere la persona in un essere umano è estremamente importante per capire come noi agiamo e reagiamo, sia con il linguaggio del corpo sia verbalmente. Due medici che discutono della gravità del caso clinico del paziente di fianco al suo letto lo trattano da non-persona. Allo stesso modo viene considerata, e può così lavorare liberamente, l’addetta alle pulizie che entra nell’ufficio durante una riunione per svuotare il cestino; non disturba nessuno, nessuno la vede, come non-persona non può ascoltare quanto viene detto. Una non-persona non può invadere il nostro spazio individuale, così come non potrebbe farlo una sedia o un gatto. Allo stesso modo non possiamo invadere lo spazio personale di una non-persona. In una situazione di affollamento sui mezzi pubblici ci trattiamo reciprocamente da non-persone, ma al di fuori da queste situazioni può risultare offensivo non essere visti e non essere considerati. CAP. 1 - IL CORPO E LO SPAZIO

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A un tavolo Se vogliamo restare soli ed evitare che qualcuno invada il nostro territorio, di solito mettiamo in pratica alcuni accorgimenti. Avete mai pensato a come ci comportiamo quando, entrando in una mensa o in una biblioteca, ci sediamo a un tavolo e desideriamo che nessun altro venga a sedersi vicino a noi? Le azioni che compiamo variano a seconda del nostro stato d’animo. Per prima cosa andiamo a sederci a un tavolo il più lontano possibile dall’ingresso; poi, se abbiamo una modalità di espressione aggressiva, occupiamo il posto centrale, spalle al muro e il viso verso la porta e quindi verso un possibile avventore. L’atteggiamento del nostro corpo e il posto scelto per sederci dicono chiaramente: “non venite a disturbarmi, andate a sedervi da un’altra parte”. Se invece siamo più introversi, allora ci sediamo sempre allo stesso tavolo, ma con le spalle alla porta, segnalando così il nostro bisogno di restare soli: “lasciatemi da solo; se volete sedervi, fatelo pure, ma non disturbatemi”. Se non comprendiamo questi messaggi, possiamo commettere l’errore di forzare la situazione e di sedere, magari con il desiderio di scambiare due chiacchiere, vicino a una di queste persone. Nella migliore delle ipotesi non otterremo che laconiche risposte e lunghi silenzi carichi di tensione. Ai giardini Anche seduti sulla panchina di un parco possiamo desiderare di restare da soli. Per segnalare ai possibili intrusi il nostro bisogno di solitudine dobbiamo scegliere con cura il posto da occupare: – se ci sediamo al centro della panchina, in modo aggressivo comunichiamo non verbalmente il nostro desiderio di occupare quella panchina da soli (fig. 7); 28

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– se ci sediamo completamente sul bordo esterno, con una modalità passiva affermiamo di non voler essere disturbati, ma che comunque c’è spazio anche per altre persone (fig. 8); – se desideriamo invece, osservando nostro figlio che gioca o il nostro cane che annusa il prato, conversare con altre persone, ci sediamo nella nostra metà. Il messaggio è: “chiacchiero

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volentieri; accomodatevi pure, vi lascio invadere il mio spazio” (fig. 9). Avete presente come è seduto il protagonista del film Forrest Gump intento a raccontare a una sconosciuta la storia della sua vita, seduto su di una panchina pubblica?

Fig. 9

In treno La prossima volta che avrete occasione di entrare nello scompartimento di un treno ancora vuoto, osservate dove decidete di sedervi (fig. 10).

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Vi sedete nell’angolo interno, girandovi verso il finestrino e magari occupando il posto di fianco a voi con degli oggetti che vi appartengono? Oppure vi girate sorridenti verso la porta e quindi verso possibili compagni di viaggio? Chiedetevi invece che stato d’animo avete se vi capita di occupare il posto al centro, magari sistemando la borsa a sinistra e dei giornali alla vostra destra. D’intuito un passeggero che avesse voglia di fare conversazione durante il viaggio eviterebbe di entrare nel “vostro” scompartimento, a meno che non ci siano altri posti liberi altrove. È altresì molto improbabile che una persona, entrando in uno scompartimento libero, decida di sedersi nel primo posto, subito accanto alla porta d’ingresso. In famiglia I nostri oggetti personali possono, dunque, diventare emanazioni del nostro spazio e, sparsi tutt’intorno, possono allargare la nostra zona di influenza e quindi, in qualche modo, proteggerci dall’invasione altrui. Nella vita quotidiana in famiglia ogni membro ha dei propri spazi personali che rivendica; per il padre può trattarsi della poltrona preferita, vicino alla quale lascia il suo libro o gli occhiali, quasi a segnare “questo posto è occupato”. Per la madre può essere il territorio della cucina. Vi siete mai chiesti perché le suocere o le nonne, quando sono ospiti, creano dopo un po’ scontento e disagio? Uno dei motivi è da ricercare, anche, nel fatto che inevitabilmente queste signore, nel desiderio di rendersi utili, spostano gli oggetti dal loro posto abituale e occupano spazi che, per tacita regola, appartengono alla padrona di casa. Se il bambino semina i suoi giochi in cucina, la madre reagisce invitando il figlio a riportarli nella sua stanza in nome di CAP. 1 - IL CORPO E LO SPAZIO

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un principio di educazione all’ordine, ma in realtà lo fa per difendersi dall’invasione del suo territorio personale. Territorio e proprietà Quando ci appoggiamo a una persona o a una cosa, nel linguaggio del corpo indichiamo apertamente che ci appartengono, che sono di nostra esclusiva proprietà o, anche, che ne siamo fieri. Quando riceviamo una persona sulla porta di casa, anche se siamo sorridenti e pronunciamo parole di benvenuto, evitiamo di tenere ostentatamente una mano sullo stipite della nostra porta d’ingresso (fig. 11). Il messaggio che inviamo al nostro ospite a questo punto è doppio: con le parole lo invitiamo a entrare; con il corpo, invece, gli mostriamo di essere gelosi della nostra “tana” e di non avere troppo piacere che venga invasa da estranei. Sprofondati nella poltrona dirigenziale, i piedi sulla scrivania, ribadiamo a chiunque entri che non solo quello è il nostro territorio, ma anche che meritiamo a buon diritto la carica che ricopriamo (fig. 12).

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Al cinema Se il cinema non è affollato, e quindi non siamo costretti a sederci in un posto qualsiasi, anche in questa occasione effettuiamo istintivamente delle scelte per rispettare non solo la nostra privacy, ma anche quella delle persone già sedute. La persona che si siede in una fila libera sceglie di solito il posto con la visuale che ritiene migliore; la persona che arriva dopo di lei si colloca abbastanza lontana dalla prima, perché i rispettivi spazi personali vengano rispettati. Si è studiato che normalmente non ci si mette dalla parte opposta, cioè troppo lontano, perché tale atteggiamento potrebbe sembrare offensivo. Una terza persona che prendesse posto nella stessa fila sceglierebbe la posizione intermedia, equidistante dalle altre due (fig. 13). La prossima volta che andiamo ad assistere a uno spettacolo, osserviamo anche in quale settore istintivamente preferiamo collocarci. Nelle prime file, come per catturare avidamente più immagini possibili? Lungo il corridoio o prossimi all’uscita per sentirci più liberi e non disturbare?

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COME INVADIAMO IL TERRITORIO ALTRUI I simboli dell’autorità Così come noi bussiamo prima di entrare, altrettanto dovremmo fare, in maniera simbolica, prima di invadere la bolla di qualcuno. Rispettare lo spazio non sempre è facile e non sempre viene fatto. Le persone potenti cercano di occupare uno spazio notevolmente superiore agli altri, perché sono ben consapevoli che questo fatto conferisce loro maggior prestigio. Il grado di autorità di una persona viene messo in evidenza non solo dalla grandezza del suo ufficio e della sua poltrona, ma anche dal tempo che questa lascia passare prima di darvi il permesso di entrare nel suo ufficio e da come, invece, possa liberamente invadere il vostro. Posizione e grandezza degli uffici Se un’azienda dispone di più piani di uffici, chi lavora ai piani più alti ricopre una carica gerarchicamente superiore. A parità di piano, l’ufficio ad angolo è più importante di uno collocato in posizione centrale, anzi si può dire che il potere diminuisce più aumenta la distanza dalla posizione ad angolo. Open space La regola “angolo = potere” vale anche per gli spazi di lavoro aperti, gli open spaces, quelli nei quali, per agevolare la comunicazione e snellire le procedure, molte persone si trovano a lavorare assieme nello stesso grande locale e dove tutti sono sotto gli occhi di tutti; cosa che a lungo può diventare motivo di stress. Quindi, se riuscite a ottenere un posto ad angolo, con le spalle al muro, avete raggiunto una posizione dominante. Il posto peggiore in un open space, quanto ad autorità, sembra rivelarsi quello al centro della stanza, poiché si è disturbati dal 34

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continuo passaggio. Si può cercare di difendere la postazione centrale, proteggendola con oggetti da usare come barriera, e allora si possono collocare, per fare quadrato intorno a noi, delle piante, un mobiletto o al limite un paio di sedie, da tenere, però, costantemente piene di pile di scartoffie. Dimensioni dell’ufficio e arredamento Naturalmente, più l’ufficio è ampio e ben arredato, più rispecchia il ruolo e l’importanza del suo occupante. Senza arrivare a misurare al centimetro le dimensioni della scrivania e la qualità del materiale con cui è realizzata, che può variare da una essenza di legno pregiato a semplice laminato, o l’esistenza o meno di tappeti, quadri, piante e grandi finestre, l’ufficio è anche l’espressione della personalità di chi lo occupa. Tutto ciò che viene appeso dietro alla scrivania, e che quindi può essere visto solo dai visitatori, è stato collocato lì per fare impressione su di loro. Di solito ci sono diplomi, premi e onorificenze ricevute. Tutti gli oggetti che invece sono visibili solo da chi è seduto alla scrivania appartengono alla sua sfera privata: si può trattare di ritratti di persone care o di oggetti attinenti ad attività di cui è appassionato. Sembra, invece, che ciò che viene appeso alle pareti laterali abbia una funzione puramente decorativa e non rivesta alcun significato preciso. La scrivania Come viene infine usato il piano della scrivania? Affermare che più è pieno di carte e più la persona ha da lavorare sembra ovvio, ma lo è solo parzialmente. Una scrivania totalmente vuota indica che la persona realmente non deve svolgere alcun lavoro; probabilmente si limita a decidere e il lavoro lo svolgono gli altri. Se sul piano c’è un solo fascicolo comprendiamo che la persona in quel moCAP. 1 - IL CORPO E LO SPAZIO

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mento sta affrontando un solo problema specifico, per poi evaderlo e passare ad altro; se invece ci sono tante carte ordinate e divise per argomento, probabilmente ha l’incarico di coordinare e controllare diverse attività. Tante carte e documenti accatastati alla rinfusa, tanto da occupare quasi tutto lo spazio del piano di lavoro, non rivelano un individuo super indaffarato, ma al contrario: chi siede a quella scrivania non riesce ad avere la giusta efficienza e metodo di lavoro (fig. 14).

Fig. 14

Più alta è la sedia… Nel regno animale si domina l’avversario con l’altezza; alcuni di voi ricordano la favola di Fedro del lupo e dell’agnello («Superior stabat lupus, inferior agnus»): il lupo beveva l’acqua dal ruscello in una posizione più alta rispetto a quella in cui si trovava l’agnello. L’animale più debole dichiara la sua inferiorità sdraiandosi a terra e l’animale più forte gli sale sopra. Anche gli uomini seguono nella tradizione un simile comportamento ancestrale e si inchinano di fronte a un idolo, a una divinità o a un re. L’atto di genuflettersi, di inchinarsi, addirittura di prostrarsi a terra sottolinea la riconosciuta importanza e superiorità della persona o del simbolo dinanzi al quale ci si pone. 36

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Da sempre è riconosciuto valido il principio che più alta è la sedia e più alto è il rango e il potere di chi vi è seduto. Il trono dei re era non solo più grande e sontuoso degli altri posti a sedere dei cortigiani, ma era anche posto più in alto, in modo che le persone ammesse al suo cospetto non potessero arrivare all’altezza degli occhi del sovrano. Carlo Magno si fece costruire nella cattedrale di Aquisgrana un trono divenuto famoso per la sua altezza. Il suo intento era di rendere simbolicamente evidente la sua importanza, anche di fronte al papa. Nel film di Chaplin Il dittatore c’è una sequenza che porta al paradosso questo meccanismo. Dal barbiere si incontrano, seduti di fianco, Hitler e Mussolini: con il volto insaponato e senza potersi sfilare dalle rispettive poltroncine, hanno una sola possibilità per cercare di affermare la loro reciproca superiorità, e cioè cercare di alzare la sedia sulla quale si trovano seduti. Così, a turno, in maniera molto umoristica, azionano la levetta che fa sollevare il sedile, arrivando alla fine a sfiorare il soffitto. Quindi, se in azienda si vuole ulteriormente sottolineare la nostra superiorità e far sentire alle persone chiamate a colloquio la loro dipendenza e metterle in imbarazzo, sarà sufficiente restarsene seduti dietro alla scrivania su una grande poltrona dirigenziale e collocare dinanzi a noi, per chi deve sedersi, una poltroncina più bassa, più scomoda e senza braccioli. La persona a colloquio con noi sarà in difficoltà, non sapendo dove appoggiare le braccia; se poi la sedia è abbastanza bassa, diventerà per lei disagevole l’accesso alla scrivania e, così sprofondata, automaticamente sarà costretta a farsi trattare dall’alto in basso. Questa posizione sminuisce in partenza la sicurezza di una persona e quindi il suo potere durante un colloquio. Il massimo della perfidia lo si può raggiungere lasciando volutamente, se l’ospite fuma, un portacenere a una certa distanza, in modo da obbligarlo a compiere strane evoluzioni per poterlo raggiungere. CAP. 1 - IL CORPO E LO SPAZIO

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Un altro diffuso gioco di potere è quello di collocare la poltroncina riservata al visitatore il più lontano possibile dalla scrivania, e questo sottolineare la distanza rende ancora più impotente l’ospite (fig. 15). Vi ricordate dove veniva fatto sedere Fantozzi, il personaggio di tanti celebri film, quando veniva ricevuto dal suo grande capo? Un dirigente che abbia rispetto per gli altri, indipendentemente dalle dimensioni della sua poltrona, quando riceve una persona per un colloquio, si sposterà dall’altra parte della scrivania, per sedersi allo stesso livello e senza frapporre barriere. C’è da chiedersi perché, invece, troppo spesso certe figure professionali, ad esempio i medici, amino restare altolocati e barricati dietro alla scrivania, dichiarando, con il linguaggio non verbale, la loro assoluta superiorità e non disponibilità, quando a parole stanno cercando di instaurare un dialogo

Fig. 15

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personale e magari intimo con il paziente, che così intimorito ha molte più difficoltà ad aprirsi e a esporre i suoi problemi. Quindi, se avete occasione di presentarvi a un colloquio di lavoro, fate attenzione alla sedia che vi viene offerta: da questo potete capire le intenzioni del vostro interlocutore e l’opinione che egli ha di se stesso e di voi (fig. 16).

Fig. 16

Il tempo d’attesa Far attendere una persona è una tecnica ben conosciuta per mettere in risalto la propria autorità e importanza, che possono essere quantificate contando i minuti che intercorrono tra quando bussate alla porta di qualcuno e il momento in cui vi viene dato il permesso di entrare. Se, dopo aver regolarmente fissato un appuntamento, vi recate nello studio di un noto professionista e dovete attendere in sala d’aspetto per parecchio tempo, probabilmente pensate che, poiché egli è talmente importante e impegnato, è quasi un onore riuscire ad essere ricevuti e quindi il vostro tempo e il vostro denaro sono ben spesi. CAP. 1 - IL CORPO E LO SPAZIO

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Siamo così abituati a subire queste attese che, se ci capita di essere ricevuti immediatamente, possiamo dubitare della capacità del professionista e pensiamo di essere l’unico cliente della giornata. Entrare senza bussare Un capo, invece, non deve attendere di essere ricevuto, né tantomeno chiedere il permesso prima di entrare, o almeno così ritiene di doversi comportare per sottolineare ulteriormente la sua autorità. Da come ci comportiamo entrando in una stanza che non ci appartiene si può stabilire quindi il nostro grado di autorità. Perché noi possiamo: – bussare e attendere pazientemente di essere invitati a entrare, che equivale a dire: “il capo non sono io e la mia autorità è praticamente nulla”; – non bussare ed entrare direttamente: autorità massima e anche grande mancanza di sensibilità e di tatto. Con una simile azione è come se, con il linguaggio del corpo, stessimo affermando: “qui comando io; qui tutto è mio, e quindi entro dove e quando voglio”. In questo modo inoltre chi è nella stanza viene trattato da non-persona, da semplice esecutore di una funzione specifica, poco più di una fotocopiatrice. Una volta aperta la porta, la nostra maggiore o minore autorità si misura da quanto spazio invadiamo del territorio altrui. E qui abbiamo tre possibilità: – possiamo fermarci sulla porta e comunicare rispettosamente quanto necessario: autorità minima; – possiamo avanzare fino al centro della stanza: in linguaggio non verbale comunico di ricoprire un certo ruolo che mi dà l’autorità sufficiente per fare questo; – possiamo entrare e dirigerci con passo deciso fino alla scrivania della persona seduta: autorità massima. 40

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Più veloce è l’entrata nella stanza, cioè quanto meno tempo si impiega a entrare, maggiore è il grado di autorità di cui si gode. Anche la scrivania di una persona è uno spazio personale da non invadere. Spesso non ci si pensa e allora arrivando al tavolo di un collega ci appoggiamo le mani o la nostra borsa o ci sediamo addirittura sopra per sembrare più disinvolti. Così facendo possiamo provocare una reazione di grande risentimento e perdere per lungo tempo la collaborazione di quella persona. Spesso il capo autoritario ritiene di poter entrare senza bussare e arriva difilato alla scrivania del suo dipendente invadendola con le mani o sbattendoci sopra il fascicolo che ha portato (fig. 17). Un superiore avveduto eviterà di fare questo, per non provocare sentimenti ostili, ma cercherà di darglielo direttamente in mano. Se, comunque, si vuole entrare senza bussare, si può farsi sentire con un colpo di tosse o con la voce, per preavvisare della nostra entrata ed evitare così di mettere in imbarazzo chi forse in quel momento non è pronto e non desidera essere colto alla sprovvista.

Fig. 17 CAP. 1 - IL CORPO E LO SPAZIO

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L’interrogatorio Se una moglie volesse assolutamente ottenere una piena confessione dal marito che le sta di fronte, potrebbe cercare di usare le tecniche specifiche di invasione del territorio delle quali abbiamo parlato, e ritornare con la memoria ai tanti film polizieschi visti in televisione. E allora, per prima cosa, dovrà farlo sedere in un posto fisso, ad esempio l’angolo del divano, e poi incalzarlo fisicamente, sedendosi sempre più vicina, man mano che diventano più pressanti e specifiche le domande (fig. 18). Nei film di solito, a questo punto, l’interrogato, di fronte alla doppia aggressione verbale e territoriale, avendo precluse le uniche due possibilità, cioè quella di fuga o quella di attacco, si sente impotente e questo stato genera in lui una forte frustrazione che prelude alla confessione. Anche la moglie a questo punto, se avrà usato bene questo meccanismo psicologico, sarà riuscita a indebolire le difese del marito al punto da farlo crollare e confessare la verità. Ma se lui, sentendosi invaso, si alza e si allontana, a lei non resta che una possibilità, quella di andare a leggere al capitolo 9 quali sono i gesti che di solito compie una persona quando mente.

Fig. 18

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LO SPAZIO ATTORNO A UN TAVOLO Attorno a un tavolo rettangolare si svolgono di solito la maggior parte dei rapporti di lavoro, sia esso una scrivania o un tavolo da riunione. Anche il posto che si occupa, sedendo con altre persone, è significativo dei rapporti che intercorrono e del clima che inevitabilmente verrà a instaurarsi. La distanza alla quale ci si mantiene esprime anche la reciproca distanza interiore. Vediamo alcuni esempi. Se il nostro capo è seduto dietro alla sua scrivania e noi dobbiamo sederci con lui per svolgere un lavoro, rispetto alla sua posizione noi abbiamo tre possibilità: sederci di fronte, di fianco a lui o a lato del tavolo, in posizione angolare. La posizione frontale Questa posizione, che vede le due persone sedute una di fronte all’altra, può rivelarsi anche la più pericolosa perché porta inconsciamente a dividere il tavolo in due parti eguali, come per un’ideale partita: il rischio è che le persone tendano ad assumere un atteggiamento competitivo e quasi di sfida (fig. 19).

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Perciò è assolutamente da evitare, potendolo fare, se si desidera instaurare un rapporto di amichevole collaborazione; può essere, invece, la situazione ideale per un capo che debba redarguire un suo dipendente o impartire degli ordini. È purtroppo la più usata nei colloqui di lavoro. La posizione angolare Sedersi ad angolo si rivela la posizione ideale quando si deve intrattenere un colloquio, perché entrambe le persone possono guardarsi in faccia e parlare e, allo stesso tempo, avere una parte di campo libera per il movimento e per lasciar spaziare lo sguardo. È quindi una posizione più rilassante, che crea minor tensione e nella quale è possibile lavorare più serenamente (fig. 20). L’angolo del tavolo funge, inoltre, da barriera parziale e questo consente un minimo di protezione. Questo è anche il posto migliore per la segretaria alla quale si debbano dettare delle lettere: lei è abbastanza vicina da permetterci di usare un normale tono di voce e, nel contempo, si ha il campo libero innanzi a sé per potersi concentrare su quanto si va via via dettando. Se, convocati per un colloquio di lavoro o per una vendita, riusciamo a sederci in questa posizione, abbiamo molte più probabilità di successo.

Fig. 20

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La posizione di fianco Se ci viene concesso di sederci dalla stessa parte della barricata il significato appare subito molto evidente: la persona con la quale lavoriamo ritiene che tra di noi esista un pari livello di mansioni, e che le nostre idee sono abbastanza affini circa la risoluzione di un determinato problema che ci riguarda entrambi (fig. 21). Un venditore, quando riesce a sedersi a fianco di un potenziale cliente, sarà molto più facilitato nel trasmettergli che faranno entrambi un ottimo affare se concluderanno quella trattativa.

Fig. 21

La posizione distanziata Esiste, infine, un’ultima possibilità di sedersi rispetto a una persona, e cioè il più lontano possibile, dall’altro lato del tavolo: questo modo di comportarsi significa prendere le distanze, per timidezza, soggezione o disinteresse, da quanto dovrà essere detto. Questa è la posizione dell’accompagnatore, di colui che sta accanto a chi è seduto di fronte alla scrivania, senza intervenire nel colloquio. CAP. 1 - IL CORPO E LO SPAZIO

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È anche la posizione che normalmente si sceglie sedendosi a un tavolo di biblioteca o di consultazione, per cercare di non disturbarsi reciprocamente (fig. 22).

Fig. 22

Un piccolo trucco Supponiamo che dobbiate sottoporre dei documenti a qualcuno che, da dietro la sua scrivania, vi invita a sedervi di fronte a lui. La scrivania è larga e voi avete poca possibilità di successo dalla posizione in cui vi trovate: l’ideale per voi sarebbe di riuscire a passare dalla sua parte, per poter meglio illustrare il vostro progetto. Provate questo piccolo trucco: disponete il fascicolo in mezzo alla scrivania. Se la persona non è minimamente interessata ad approfondire l’argomento, non si muoverà dalla sua posizione; allora restate al vostro posto e senza tante speranze iniziate a parlare. Può anche darsi che egli si sporga in avanti per vedere meglio quanto gli esponete: il messaggio non verbale è “mi interessa, ma resti al suo posto”. Se invece la persona con cui state parlando attira dalla sua parte il fascicolo, vi viene tacitamente offerta la possibilità di 46

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seguirne il percorso; chiedete a questo punto se potete avvicinarvi per illustrarlo e poi rapidamente spostatevi al suo fianco (fig. 23).

Fig. 23

Il tavolo da riunione Se alcune persone di pari grado sono sedute attorno a un tavolo da riunione (fig. 24), la persona seduta nel posto indicato con il numero 1 si trova automaticamente ad avere più autorità per il fatto di essere a capotavola e di dominare, oltre al tavolo, la porta d’ingresso. Segue per importanza la persona seduta all’altro capo del tavolo, poiché volge le spalle alla porta, e infine chi siede di fianco a 1, a partire da 2 e 3. Le persone dall’altro lato del tavolo, spalle alla porta, sono leggermente svantaggiate. Fig. 24 CAP. 1 - IL CORPO E LO SPAZIO

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Il tavolo quadrato Un tavolo quadrato ha delle valenze precise, poiché si creano contemporaneamente situazioni di competizione e di collaborazione tra le persone. Vediamo invece le dinamiche che possono instaurarsi inconsciamente, a livello del linguaggio del corpo, quando si decide di “mettersi a tavolino” per risolvere un qualsiasi problema. Di solito collabora di più con noi chi ci è seduto di fianco, soprattutto la persona alla nostra destra. Chi si trova di fronte a noi, in posizione tacitamente competitiva, opporrà maggiori difficoltà e magari farà resistenza. La prossima volta che ci capita, proviamo a fare attenzione se questo avviene e, se ci è possibile, cerchiamo di tenere l’incontro seduti attorno a un tavolo rotondo, che crea immediatamente un’atmosfera meno competitiva. Sedersi in cerchio Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda vengono citati spesso nei libri di linguaggio del corpo, perché ha colpito la nostra immaginazione l’idea di un re così saggio da desiderare che i suoi cavalieri fossero seduti assieme a lui attorno a un tavolo che, proprio per la sua forma, potesse garantire a tutti una parità di rango e di importanza. Questo è in effetti ciò che succede, a patto che allo stesso tavolo rotondo non sieda una persona più importante, re Artù o il capo di turno, perché allora tutto cambia e l’importanza delle persone viene sancita in base alla maggiore o minore lontananza dal capo. La stessa regola può valere naturalmente anche per le persone sedute in cerchio per un gruppo di lavoro (fig. 25). Se la persona seduta a sinistra, accanto alla lavagna, e indicata con il numero 1 conduce il gruppo, il suo braccio destro è il numero 12, e l’altro suo assistente il numero 2. 48

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Il numero 7, seduto di fronte a lui, è il suo antagonista o, se la sua seduta è casuale, quello che potrà in seguito opporre più resistenza e critiche. Le persone numero 8 e numero 6 hanno, per simpatia e somiglianza di vedute, scelto di sedersi di fianco all’opposizione, o comunque potrebbero diventarne degli alleati. Chi ha scelto di sedersi nei posti 4 o 10 non è molto interessato a quanto viene detto e da quella posizione può nascondersi abbastanza alla vista del capo e dell’antagonista, e nello stesso tempo può controllare tutti gli altri. Più complesso e sottile è lo stato d’animo degli altri quattro che sono seduti nelle posizioni intermedie. Il capogruppo deve prestare molta attenzione a 3 e 11 perché dipende magari da loro l’esito di una votazione: essendo persone deluse, perché ritengono di non avere abbastanza potere, se si sentono escluse potrebbero venire meno agli impegni presi. Più facile, forse, è trattare con 5 e 9: per portarle dalla sua parte deve con pazienza stimolarle a esporre le loro idee e, se ci riesce, alla riunione successiva, potrebbero, istintivamente, scegliere un’altra posizione. CAP. 1 - IL CORPO E LO SPAZIO

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Importante è ricordare che la scelta del posto equivale, a livello inconscio, a un’affermazione con la quale indichiamo con quale stato d’animo ci accingiamo ad assistere alla riunione e a chi intendiamo rivolgere le nostre simpatie o antipatie. Uno stesso gruppo di persone, che si incontra abitualmente nello stesso luogo, tende a conservare il posto scelto la prima volta. Se vogliamo comprendere il mutare delle dinamiche interne al gruppo può essere interessante osservare se qualcuno cambia posizione. In famiglia: il tavolo da pranzo Che tipo di tavolo da pranzo abbiamo in casa? La famiglia aperta preferisce riunirsi attorno a un tavolo rotondo, la famiglia chiusa sceglie un tavolo quadrato o rettangolare. Per famiglia aperta si intende un nucleo in cui le persone sono libere e poco formali, e i posti a sedere possono essere tranquillamente scambiati a seconda delle esigenze del momento. Rigida e formale è invece una famiglia chiusa, nella quale non c’è spontaneità o libertà e dove a tavola ognuno ha il suo posto fisso, la sua sedia intoccabile. Chi è invitato a casa di amici può già avere una prima importante indicazione circa l’atmosfera che regna nella famiglia che lo ospita, facendo attenzione alla distribuzione dei posti attorno alla tavola. Altra indicazione per comprendere l’ordinamento interno della famiglia stessa, per capire cioè chi comanda, ci viene fornita dal posto occupato dal padre e dalla madre. Se il padre siede a capotavola e la madre alla sua destra, ognuno dei due rispetta il ruolo tradizionale: lui è il capofamiglia, lei non è in competizione, ma gli è molto unita. Se i genitori siedono ognuno a un capo del tavolo, questo indica che fra di loro esiste un conflitto, magari inconscio, su chi deve portare i pantaloni in casa; può essere il caso della 50

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madre che chiede formalmente ai figli di rispettare il padre “perché è lui che comanda”, ma che poi in realtà è lei a dirigere con il suo umore la quotidianità. Anche attorno al tavolo di casa vale quanto detto fin qui riguardo al significato dei posti occupati; può essere quindi utile osservare dove si siedono i figli e gli altri membri della famiglia, perché ognuno occupa inconsciamente il posto che riflette il suo ruolo all’interno dei rapporti interfamiliari. Se il figlio maschio si siede di fronte al padre, in atteggiamento di sfida-competizione, forse è nell’età adolescenziale della ribellione e della ricerca di una propria identità. Se invece è la figlia che, sedendosi a sinistra del padre, si pone di fronte alla madre, forse è nella fase in cui si sente in competizione con lei. Abbastanza defilato e neutrale potrà essere il posto scelto dal figlio minore, che ancora non riveste alcun ruolo particolare in famiglia. Dai posti occupati si rilevano, infine, anche le alleanze che vengono a costituirsi tra i fratelli o i membri della famiglia. Al ristorante Anche nel sedersi a un tavolo di ristorante si seguono inconsciamente gli stessi principi fin qui esposti e così si può scegliere il posto di maggior predominio, quello più defilato e con le spalle alla sala e all’ingresso, oppure più o meno vicino alle persone a noi più affini. Quanto detto, naturalmente, non tiene conto delle normali regole di galateo e cortesia che tutti noi conosciamo e che prevedono certi rituali e certe posizioni che, in quanto imposti, non sono segnali inconsci del linguaggio del corpo. Che cosa dire di un piccolo tavolo a cui una coppia non può che prendere posto sedendosi uno di fronte all’altra? Se le persone sono innamorate e il tavolo è molto piccolo, è possibile un’intimità maggiore, in quanto le ridotte dimensioni CAP. 1 - IL CORPO E LO SPAZIO

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del tavolo permettono il contatto delle mani e il guardarsi profondamente negli occhi, per dedicarsi completamente all’altro. Una coppia con qualche dissapore nell’aria, che scelga di andare al ristorante per parlarne, dovrebbe invece evitare la posizione frontale e quindi combattiva. Si vedono spesso coppie che discutono al ristorante sedute uno di fronte all’altra (fig. 26).

Fig. 26

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